I filosofi
Filosofi classici

IMMANUEL KANT
(1724-1804)









Inventore del Criticismo: critica del funzionamento della ragione e riduzione del suo uso agli oggetti dell'esperienza sensibile, mentre tutto il resto non può che essere oggetto di fede. Le sue opere fondamentali sono Critica della ragione pura, 1781, Critica del giudizio, 1790, Critica della ragione pratica, 1787.

Kant ha trascorso l'intera sua via a Konigsberg, l'attuale Kalinigrad, suddividendo la sua vita fra l'attività didattica, lo studio e la scrittura di una monumentale opera filosofica che viene considerata la rifondazione della filosofia moderna e si concretizza nei tre volumi già citati.
Ma a simili opere opere non assolute Kant arrivò dopo un lungo percorso di studio e di scrittura, durante il quale scrisse altre opere meno famose, ma non altrettanto importanti: Sul detto:"Questo può essere vero in teoria, ma non vale nella pratica" (1783), Per la pace concreta (1794) ,Principi della metafica della natura (1786), Metafisica dei costumi (1796-1797), Logica (1800).


Kant. Éloge de la finitude humaine,
di Pierre-Henri Tavoillot, Le Sciences Humaines, Hors-Serries, may-june 2010.

Quel summit che si ebbe a Davos nel 1929 non aveva nulla a che fare con la politica o l'economia. Si parlò di filosofia, e più precisamente dell'opera del più grande filosofo contemporaneo: Immanuel Kant. Si incontrarono per dibattere davanti ad un pubblico di studenti appassionati, fra cui l'ancora giovane Emmanuel Levinas, due dei più grandi pensatori tedeschi dell'epoca: Ernst Cassirer, seguace degli illuministi, editor ufficiale delle opere di Kant, e Martin Heidegger, astro nascente ma già luminoso, che stava per pubblicare una grande opera su Kant e il problema della Metafisica. Fra di loro si accese un dubattito serrato, polemico e vogoroso. Ma al di là dei punti di disaccordo e di qualche incomprensione, i due si trovarono d'accordo su quello che rappresenta la rivoluzione kantiana. Essa consiste in sostanza, riconobbero entrambi, nella nuova concezione della finitezza dell'uomo, vale a dire su tutti i tratti che definiscono la condizione dell'uomo: l'gnoranza, il male, la morte. Se nella filosofia classica di inspirazione cristiana, come con Cartesio, ad esempio, questa finitezza è concepita come un difetto o qualcosa che manca rispetto all'assoluto del divino, nella rivoluzione kantiana la finitezza viene posizionata come punto di partenza di tutte le riflesioni filosofiche. La finitezza è radicale nel senso in cui essa è alla radice di ogni cosa e non si può pretendere di infrangere le catene.
Questa inversione fondativa ha conseguenze incalcolabili per la riflessione filosofica. Permette, innanzitutto, una riabilitazione spettacolare della sensibilità che, dopo Platone, aveva avuto sempre un cativo ruolo, accusata di essere la causa di tutti gli errori dello spirito.

Pensare è giudicare
Il pensiero, ricorda Kant, non fornisce solamente la materia senza confini del sapere [che, tra l'altro, non può essere mai separato dall'esperienza], ma contiene due elementi indispensabili a tutta la conoscenza: lo spazio e il tempo. Sono le cornici a priori di tutta l'intuizione: senza essi sarebbe impossibile percepire e, quindi, conoscere. Il sensibile -umano molto umano- recupera così tutta la sua dignità e viene rimesso al suo posto. Fatto che reintroduce allo stesso momento una nuova attenzione verso l'estetica e alla questione del gusto, che rappresenterà l'oggetto di una parte della Critica al giudizio (1970).
Una seconda conseguenza concerne la comprensione della conoscenza intellettuale. Già ritenuta una contemplazione passiva dei pensieri e cosa appartenente ad un ordine preesistente (teoria), essa diventa una attività, una costruzione permanente. "Pensare è giudicare," dice Kant, vale a dire associare delle rappresentazione utilizzando degli strumenti (le categorie), dei quali egli propone una classificazione dettagliata e completa. La conoscenza non è una relazione ma un lavoro: la mente non è un magazzino di immagini, ma un laboratorio di cui si possono descrivere i processi.
La mente può arrivare alla oggettività, ma può anche condurre ad una sorta di superproduzione. C'è nell'uomo una tendenza "dialettica" che lo spinge anche laddove non c'è più la possibilità di raccogliere esperienze. L'origine del mondo, Dio, le leggi ultime della natura, l'identità del sè: domini nei quali è opportuno frenare l'ardore del pensiero. Tutto ciò è l'oggetto del grande lavoro del 1871: La critica della ragion pura.
Quinidi una terza conseguenza. Dio e la religione non derivano da un sapere dimostrabile, ma da una credenza. Piuttosto che l'uomo sia una creazione di Dio, è Dio che è il frutto del pensiero della ragione umana: l'assoluto diventa per così dire relativo al fine. Ma non dobbiamo dire che kant sia ateo. Per lui la religione rappresenta una parte importante e senza dubbio fomdamentale per la filosofia: parte che tenta di rispondere alla domanda:"Cosa posso sperare?" Attraverso questa domanda fa comprendere: "Che senso può avere la vita per un essere per il quale la finitezza è una condizione indispensabile?"

Morale, diritto e politica
Mai aspettarsi da queste domande -Dio e l'origine della natura- una risposta definitiva, sarà meglio indirizzare i dibattiti su materie di pertinenza dell'essere umano, quali la morale, il diritto e la politica, perché i loro principi non si basano su qualcosa di trascendente, dove ci si può basare su dati esperienziali come principi morali, giuridic e politici che gli uomini stessi si danno per regolare la loro vita e le loro attività per volontà propria. Questo edificio è fragile, ma è l'unico possibile. E Kant si sforza di dare a questi principi una base più solida. Nella morale questi sforzi danno luogo alla famosa legge morale, secondo il quale l'uomo dovrebbe sforzarsi ad agire in modo che le sue azioni possano essere d'esempio di attuazione della legge universale e naturale, vale a dire valida per ogni tempo e ogni luogo. In materia di diritto e politica, Kant opta per una costituzione repubblicana che possa superare gli egoismi individualistici alla luce dell'aspirazione verso il bene e gli interessi comuni. Kant ha scritto: "L'uomo dovrebbe voler essere, se non moralmente buono, almeno un buo cittadino".
Come farà l'uomo, che è ignorante, spesso malvagio, in ogni caso mortale, senza sicurezze e certrezze trascendentali, tendere alla verità, alla bontà e alla felicità? Questa è la domanda fondamentale che sottostà a tutta le filosofia del cittadino di Konigsberg e la risposta che dà sta tutta nel rifondare completamente la visione umanistica dell'uomo e dell'umanità.


Citazioni ed estratti

"Ho imparato dalla Critica della ragion pura che la filosofia non è scienza di rappresentazioni, concetti e idee, o una scienza delle cienze, o qualcos'altro di simile; ma, invece, una scienza dell'uomo, delle sue rappresentazioni, del suo pensare e del suo agire; essa deve presentare l'uomo in tutte le sue componenti, come egli è e come deve essere, cioè tanto secondo le sue determinazioni naturali quanto anche secondo le determinazioni della sua moralità e della sua libertà."

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