I filosofi
Filosofi classici

WILLIAM JAMES
(1842-1910)
William James apparteneva a una famiglia di tradizione calvinista emigrata dall'Irlanda. Professore a Harvard, al contrario di Peirce, ha sempre goduto di una enorme notorietà, tanto da mettere persino in ombra il fratello Henry, scrittore, allora assai meno famoso di oggi.
Si è affermato come grande psicologo, i suoi Principi di Pasicologia sono del 1980.
È stato presidente della Society for Physical Research dal 1894 al1895. Ha sostenuto una forma di empirismo radicale. È famoso anche per aver definito la sua credenza in un Dio finito ed non onnipotente e per aver esplorato La verità dell'esperienza religiosa (1902). In Pragmatismo del 1907, espone i principi di una filosofia imprentata alla verità pur negando ogni forma di assoluto e difendendo il fallibilismo nella scienza, la tolleranza e il pluralismo nella morale.

LETTURE
  • Com'è pragmatica la verità. Estratto da "Il signifiato della verità" di W.James
  • Il sapere senza assoluti, di Armando Massarenti
  • Com'è pragmatica la verità,
    di William James
    estratto da Il significato della verità.

    Il Sole 24 Ore - DOMENICA, 17/01/2010
    La parte centrale del mio libro intitolato Pragmatismo è la descrizione di quella relazione, chiamata "verità", che sussiste tra un'idea (un'opinione, una credenza, una proposizione, eccetera) e il suo oggetto. «La verità -dicevo in quell'occasione - è una proprietà di alcune nostre idee e significa il loro "accordo" con la "realtà" così come la falsità significa il loro disaccordo con essa. Entrambi, pragmatisti e intellettualisti, accettano questa definizione come ovvia. [...]
    Nel caso in cui le nostre idee non possono copiare completamente e specificatamente il loro oggetto, che cosa significa l"'accordo" con tale oggetto? [...] I1 pragmatismo pone così la sua solita domanda: «Ammesso che un'idea o una credenza sia vera, che differenza concreta produrrà il suo esser vera, nella vita effettiva di ognuno? In che modo la verità sarà realizzata? Quali esperienze risulteranno differenti da quelle che avremmo ottenuto se la credenza fosse falsa? In breve, qual è il valore in contanti della verità in termini di esperienza?». Nel momento in cui pone questa domanda, il pragmatismo vede anche la risposta: Vere sono quelle idee che possiamo assimilare, convalidare, corroborare e verificare. Le idee con cui non è possibile fare tutto questo sono false. [...]"Accordarsi" con una realtà, nel senso più lato del termine, può significare solamente essere guidato direttamente a essa, oppure essere messo in un tale contatto effettivo con la realtà da poter operare con essa, o con qualcosa che le è connesso, in modo migliore che se ne discordassimo. Migliore intellettualmente o praticamente! ».

    [...]Questa concezione della verità, che riprende quelle proposte da Dewey e Schiller, ha suscitato dibattiti molto accesi. In pochi l'hanno difesa. Nonostante la sua apparente semplicità, è evidente che l'argomento è difficile da comprendere e credo che il suo assetto definitivo segnerà un punto di svolta nella storia dell'epistemologia e, di conseguenza, nella storia della filosofia generale. Una delle accuse in cui mi sono imbattuto più spesso è quella di aver fatto consistere la verità delle nostre credenze religiose nel loro «farci stare bene» e in nient'altro. Mi pento di aver offerto un qualche appiglio a tale accusa con il linguaggio incauto con il quale, in Pragmatismo, ho parlato della verità della credenza nell'assoluto da parte di certi filosofi. Quando ho spiegato perché io stesso non creda nell'assoluto - pur trovando che esso assicuri una vacanza morale a coloro che ne hanno bisogno (e ammesso che sia un bene prendersi una vacanza morale) - ho voluto offrire ai miei nemici una sorta di ramoscello d'ulivo pacificatore. Ma loro lo hanno calpestato e restituito al mittente. Ho contato troppo sulla loro buona volontà. Com'è rara a questo mondo la carità cristiana ma anche la semplice intelligenza laica! Pensavo fossimo tutti d'accordo sul fatto che tra due visioni del mondo in competizione, uguali sotto tutti gli aspetti, ma di cui la prima nega alcune necessità umane vitali laddove la seconda le soddisfa, sarà favorita la seconda, almeno secondo il giudizio di uomini sani, per la semplice ragione che il mondo sembra così più razionale. Usando il test pragmatico del significato dei concetti, ho mostrato che il concetto di assoluto non significa altro che ciò che permette la vacanza, ciò che scaccia la paura cosmica. Secondo quanto ho mostrato, l'effettivo guadagno di chi dice «l'assoluto esiste» coincide con la «giustificazione del sentimento di sicurezza dinanzi all'universo». Rifiutare sistematicamente di coltivare un tale sentimento significherebbe far violenza a una tendenza della vita emotiva che potrebbe invece essere benissimo considerata profetica. Sembra che i miei avversari assolutisti non riescano ad accettare che la loro mente funzioni in questo modo, pertanto non posso fare altro che scusarmi e ritirare la mia offerta. L'assoluto d'ora in poi non sarà vero in nessun senso e, dopo il loro verdetto, neanche nel senso in cui lo avevo concesso!

    Il sapere senza assoluti,
    di Armando Massarenti

    Il Sole 24 Ore - DOMENICA, 17/01/2010
    Non c'è niente di trascendente nell'idea di verità, niente di assoluto che vada al di là dell'esperienza umana. La verità è qui, tra noi, sulla terra e va definita non in termini assoluti ma di funzionalità ed efficacia. Se una nostra idea, o credenza o conoscenza o valore, ci conduce a risultati positivi è vera. Altrimenti è falsa. La verità di un'idea, scriveva William James in Pragmatismo, nel 1907, non è una proprietà immutabile che le inerisce: «La verità avviene a un'idea. Un'idea diventa vera, è resa vera dagli eventi». E, ancora di più, dalla nostra esperienza. Che la fa crescere, la verifica, la corrobora. Oppure la confuta, a favore di un'altra esperienza più efficace, più vera.
    Come ogni altra teoria filosofica, il pragmatismo può essere criticato, confutato, corretto. Attenti però a non attaccarne la caricatura, come se Peirce, James e Dewey non credessero nell'esistenza della realtà esterna e, abbandonate le Verità Metafisiche Assolute, non avessero proprio per questo i piedi ben piantati per terra. Conoscenze, credenze, valori sono sempre rivedibili, plurali e incerti, ma ciò non ci impedisce di capire che alcuni sono migliori o più fondati di altri. La realtà cui essi pensavano era anche quella sociale di un paese - gli Stati Uniti degli anni successivi alla guerra di secessione - che volevano innovativo, liberale, tollerante e antidogmatico tanto quanto lo era il modo in cui sapeva far crescere le idee e le conoscenze scientifiche e tecnologiche. Solo sperimentando, mettendo costantemente le idee alla prova dei fatti, nella vita come nella scienza, si potrà scoprire che cosa esse contengono di vero, di buono o di giusto. Il pragmatismo così, più che una filosofia, è un ideale, anzi, un manuale di vita.

    Il pragmatismo è la più americana delle filosofie, ma nel pieno della sua fioritura, a cavallo tra'800 e '900, i suoi sviluppi si intrecciarono produttivamente con una parte vivace, impaziente, innovativa della cultura italiana, che dialogava e traduceva in tempo reale le opere degli autori d'oltreoceano, di James in particolare. Papini, con la sua rivista il« Leonardo» e con un pragmatismo in realtà via via sempre più «mistico» e «magico», e soprattutto Vailati (che insieme al suo allievo e amico Calderoni legò il pragmatismo a una profonda riflessione sui metodi della scienza), lo trasformarono in un affilato rasoio capace di smascherare «i modi del non dir niente» di molta filosofia nostrana. Il 1911, anno di pubblicazione di The Meaning of Truth di James (ora in uscita per Aragno), per l'Italia segnò l'inizio ufficiale dell'egemonia neoidealista. Solo nel secondo dopoguerra, per dimenticare la retorica «gonfia e becera» degli anni del fascismo, a Milano un gruppo di giovani studiosi - Ferruccio Rossi Landi, Paolo Rossi, Uberto Scarpelli riprese a sognare «un'Italia sobria, riservata, pulita» ispirandosi a Vailati e al movimento pragmatista. «Una scelta di minoranza -ricorda Scarpelli nel 1992- caratteristica dei non molti filosofiappartenenti alla "Italia civile" filosofica, certo non condivisa da cattolici, spiritualisti, heideggeriani, post e sub-marxisti, anarcoidi e simili genie». Del resto proprio William James scrisse che «gran parte della storia della filosofia è la storia di un contrasto tra temperamenti umani». Da un lato c'è il tough-minded, dall'altro il tender-minded. Il primo è «empirista, sensista, materialista, pessimista, non-religioso, fatalista, pluralista, scettico». Il secondo è «razionalista, intellettualista, idealista, ottimista, religioso, sostenitore del libero arbitrio, monista, dogmatico». Il tough considera il tender un sentimentale e un sempliciotto. Per il tender il tough è rozzo, grossolano, brutale. Ognuno si considera superiore all'altro, e il disprezzo «si colora» talvolta «di divertimento» e talvolta «di paura». Il sogno di James era una filosofia civile, un metodo 1iberale capace di farci fare un pragmatico passo avanti. Nel nome di una ragionevole "verità".

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    Il Sole 24 Ore - DOMENICA, 17/01/2010
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