Ultimamente, papi e presidenti della Camera si sono messi a parlare di verità e di relativismo; i filosofi lo fanno da molto tempo, e continuano a farlo. Non che tutto sia rimasto uguale, nel corso di questi ultimi ventiquattro secoli. Per esempio, rispetto a un secolo fa sono molto più numerosi quelli che pensano che una cosa sia la verità e un'altra la conoscenza: ci sono proposizioni vere che non conosciamo, e forse anche proposizioni vere che non conoseremo mai- Probabilmente non sapremo mai se i canguri che vivevano in Australia il 7 maggio del 348 d.C. erano in numero pari o dispari, eppure o è vero che erano in numero pari, o è vero che erano in numero dispari. Alcuni, tuttavia, continuano a pensare che una proposizione non è conoscibile -nenache in condizioni ideali, neanche in linea di principio- allora non ha senso domandarsi se sia vera o falsa: è una preposizione che "non c'entra" con la verità. E a questo modo rendono la conoscibilità (certo non la conoscenza) necessaria alla vertà.
Quanto all'antica domanda di Pilato: "Cosa è la verità?", la teoria della corrispondenza ha sempre i suoi seguaci: se un proposizione è vera, ci deve essere qualcosa "là fuori" che la rende vera-ma che dire delle proposizioni matematiche? Numeri, insiemi e funzioni sono snch'essi "là fuori"? E dobbiamo concludere che in morale non ci sono verità -ad esempio, che non è propriamente vero che si devono mantenere le promesse, o che non si eve uccidere- o dobbiamo pernsare che "là fuori" ci sia qualcuno (valori, "fatti morali"?) che rende vere anche queste proposizioni? ALla teoria della corrispondenza si oppone oggi il deflazionismo, basato sull'opera del logico polacco Alfred Tarski: per i deflazionisti la verità è una proprietà esile e sui generis, che ha solo una funzione "logica": serve a dire cose come "Tutti i teoriemi dell'aritmetica sono veri" o "Tutto quello che dice berlusconi è vero" senza bisogni di enumerare i teoriemi o le affermazioni di Berlusconi. Se i teoremi dell'aritmetica non fossero in numero infinito, basterebbe dire: 1+1=2, 1+2=3, ..., ma stando le cose come stanno, abbiamo bisogno della parola "vero". peraltro tutto quello ceh c'è da sapere o da capire al riguardo lo si capisce quado ci si rende conto che dire: "È vero che in Australia ci sono i canguri" è esattamente lo stesso che dire: "In Australia ci sono i canguri"; e che questo vale per qualsiasi proposizione (tranne quelle che fanno nascere i cosiddetti paradossi semantici, come quello del Mentitore).
Quanto al relativismo, quello cosddetto "volgare" (La verità non esiste, ci sono solo opinioni; Questo non sarà vero per te ma pe me lo è) continua essere poco apprezzato dai filosofi. Ma c'è una novità: sono state proposte negli ultimi anni forme più agguerrite e raffinate di relativismo, che riguardano non tutte le proposizioni ma cerrti ambiti di discorso, come i giudizi di gusto ("Questo vino è eccellente"), i giudizi estetici ("La Cappella Sistina è bellisiima"), gli eventi futuri (come il travagliato "Domani ci sarà una battaglia navale" di Aristitele), e altri ancora. C'è chi sostiene che le proposizioni espresse in questi casi nn sono semplicemente vere o semplicemente false, ma solo vere per qualcuno, da un qualche punto di vidta, e così via. Tant'è vero che, quando due si contraddicolo dicendo ad esempio: "Questo vino è eccellente", "No, questo vino è pessimo", non pensiamo che uno dei due debba per forza sbagliare e l'altro aver ragione. Questioni antiche, addirittura platoniche, rivisitate con strumenti analitici aggiornati che (come capita in folosofia, ma non solo in filosofia) hanno restituito dignità a posizioni che sembravano definitivamente screditate.
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