Argomenti di consulenza fisiologica
OGGETTIVITÀ TRANSATLANTICA
di Maurizio Ferraris
Nel 2005, due anni prima di morire, un grande filosofo americano che si richiamava al pragmatismo, Richard Rorty, sostenne (in dialogo con Pascal Engel. A cosa serve la verità?, uscito in Italia dal Mulino nel 2007) che la verità non serve a niente, che è una cosa magari bella, ma inutile, una specie di complimento o di pacca sulle spalle. Il tutto era fatto con le migliori intenzioni, d'accordo con l'idea di Rorty secondo cui la solidarietà umana è più importante dell'oggettività. Non è chiaro tuttavia come ci possa essere solidarietà senza oggettività, e come ci possa essere giustizia senza verità. E la ripubblicazione, a cento anni esatti dalla morte (e a centouno dalla edizione originaria) del Significato della verità di William James può aiutarci a riflettere sia su che cos'era esattamente la verità nel pragmatismo, sia - e soprattutto - sul ruolo della verità nelle vicende umane.
Perché la tesi di James, che in questo si trova agli antipodi di Rorty, è che la verità è la cosa più utile che ci sia. Come leggiamo in Pragmatismo (1907) «vere sono quelle idee che possiamo assimilare, convalidare, corroborare e verificare. Le idee cui non è possibile fare tutto questo sono false». E, difendendo la sua posizione in Il significato della verità «le buone conseguenze sono semplicemente un segno certo, un marchio o un criterio in base a cui abitualmente è accertatala presenza della verità». In queste parole non è difficile riconoscere un sapore puritano: la verità è il segno di una predilezione divina piuttosto che qualcosa che si accerta e in certi casi si accetta e si subisce. Ci si sente insomma nel mondo di Hawthorne e del Mayflower, ed è proprio questa circostanza che ha suscitato l'ironia di due grandi filosofi europei: quella di Bertrand Russell, che la definì una «verità transatlantica», che confonde la domanda "I Papi sono infallibili?" con la domanda "Che vantaggi abbiamo a crederli infallibili?"; e quella di Franz Brentano, a giusto titolo inquieto per il sapore costruttivo della verità pragmatista, che rischia di confondere quello che c'è con quello che speriamo che ci sia. Russell e Brentano non avevano tutti i torti. Come in moltissime teorie della verità degli ultimi due secoli, anche in James si osserva una confusione tra ontologia ed epistemologia, tra quello che c'è e gli schemi concettuali e le strategie che elaboriamo per conoscerlo. La verità di James sembra essere, piuttosto che un'esperienza quotidiana, e spesso frustrante, un progetto di ricerca sottoposto al Padreterno. Ma almeno il puritanesimo è presente e vissuto, e siamo lontani mille miglia dal nichilismo postmoderno: nella teoria accrescitiva della verità di James non c'è traccia di ciò che nel linguaggio comune si intende con "pragmatismo", cioè la via migliore per fare quel che ci pare. Piuttosto che al protagonista di un romanzo di suo fratello Henry, amante delle mezze verità e della indistinzione tra realtà e immaginazione, William James - si apure con la sua [... testo perso ...] - è un eroe dei Buddenbrook, dico di quelli della generazione di Jean, o al massimo di Thomas, certo non di quella di Hanno.
Lo si vede bene proprio nella corrispondenza tra James e Peirce, che è quella di due eroi protestanti e che si colloca in un grand tour degno sì, quello, di un romanzo di Henry James, tra l'Europa e il New England. Uno scambio di grande delicatezza e profondità intellettuale che non ha nulla di trionfalistico, spesso segnato dai problemi finanziari di Peirce e dai problemi di salute di entrambi. Insomma, «Yes we can», ma fino a un certo punto. E anche il calvinismo va preso cum grano salis, come suggerisce l'adagio francese che James cita a Peirce poco prima di morire, dopo aver raccontato di essere stato accolto all'Accademia di scienze morali e politiche di Parigi: «La fama viene a quelli che hanno la pazienza di vivere, e si accresce in ragione della loro imbecillità». La storia si conclude alle soglie della Prima guerra mondiale: William James è il primo ad andarsene via, nel 1910. Poi sarà, nel 1914, la volta di Peirce. E alla fine, nel 1916, morirà anche Henry James, che aveva preso la cittadinanza inglese in segno di solidarietà per la sua patria di elezione in guerra contro la Germania (al che, il presidente americano Theodore Roosevelt lo definì «un miserabile piccolo snob»).
Subito dopo una diversa generazione di americani sarebbe emigrata in Europa, e gli eredi di Il significato della verità sono stati forse Fiesta o Tenera è la notte, in cui su tutti più che l'elezione divina sembra pesare una maledizione, un destino rovinoso che farà dire all'ultimo Fitzgerald, quello della bellissima novella The Crack-Up «naturalmente, ogni vita è un processo di demolizione». The Crack-Up esce nel 1936, e proprio in quegli anni Heidegger, in L'origine dell'opera d'arte dà il suo personalissimo addio alla verità identificandola con l'azione di potenze storiche che nella fattispecie erano il nazismo a cui aveva aderito nel 1933. Il mondo di Il significato della verità sembra ormai lontanissimo, gli eroi protestanti hanno perso la loro innocenza, e indubbiamente a questo puntocisi potrà chiedere a che cosa serve la verità. Eppure proprio la goria, il banco di prova pragmatico per eccellenza, ha dimostrato quali lutti e rovine possano venire dal dire addio alla verità. Anche lasciando da parte le catastrofi nibelungiche del mondo heideggeriano, si pensi al fatto che l'addio alla verità è stata la regola di Bush, che ha scatenato una guerra non ancora finita servendosi di finte prove dell'esistenza di armi di distruzione di massa, d'accordo con la dottrina del suo consigliere Karl Rove, che a un giornalista inglese che gli chiedeva verità rispose: «Adesso siamo un impero, creiamo la nostra stessa realtà». Proprio a giudicare dove ha portato la teoria imperiale dell'addio alla verità ci sarebbero mille motivi per sottoscrivere la tesi di James e per riconoscere che la verità è davvero la cosa più utile che ci sia. «La verità rende liberi», si legge nel Vangelo di Giovanni, ed è anche il motto della Johns Hopkins University di Baltimora e della università di Freiburg (a meno che non l'abbiano tolto nel '33). E, volando più basso, le bugie hanno le gambe corte.
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