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sottilineature durante la lettura di Pierre Hadot Selezione di Simon | |
![]() Pierre Hador Introduzione di Jeanny Carlier |
Il primo vero contatto di Pierre Hadot con la filosofia antica è stato indiretto. È attraverso Montaigne che si imbatte nella famosa definizione platonica: filosofare è abituarsi a morire (p.IX). I Greci sono stati i primi a concepire l'unità della comunità umana, compresi gli schiavi, a proclamarsi "Cittadini del mondo." Interrogato sul significato di questa prospettiva universale e sul rapporto con la legge naturale di Kant, Pierre hadot sottolinea le somigliante: "in Kant la moralità si crea da se stessa nel salto imprevisto e in qualche modo erooico che ci fa passare da una prospettiva limitata a una prospettiva universale." O ancora dall'io che si apre agli uomini e all'unverso. È questa l'eredità di Socrate che diceva agli ateniesi: "Chi più di me ha trascurato il suo interesse personale per curarsi di voi?" "... sentire l'importanza dell'istante presente - l'unico tempo e l'unico luogo su cui abbiamo presa nell'immensità dei tempi e degli spazi di cui siamo parte-, è vivere ogni ora come se fosse l'ultima, ma anche la prima, come se si guardasse questo mondo ingenuamente come se fosse la prima volta. E la coscienza di appartenere a questo mondo è anche la coscienza di appartenenza alla comunità degli uomini, con tutti i doveri che ne derivano." (pag. XIV) "Ci si dice soltanto che oggi, come ai tempi di Socrate e di Marco Aurelio, un certo numero di principi che hanno guidato la vita quotidiana di quei filosofi potrebbero produrre anche per noi una vita "più cosciente, più razionale, più aperta degli altri e all'immensità del mondo" (pag. XIV) |
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Cap. 1 |
"Ho sempre considerato la filosofia come una trasformazione della percezione del mondo. Da allora ho percepito molto fortemente l'opposizione radicale che esiste tra la vita quotidiana, che viene vissuta in semicoscienza, in cui siamo guidati dagli automatismi e dalle abitudini, senza essere consapevoli della nostra esistenza nel mondo, e quegli stati privilegiati nei quali viviamo intensamente e abbiamo coscienza del nostro essere nel mondo. Sia Bergson sia heidegger hanno distinto nettamente questi due livelli dell'io, l'io resta al livello di ciò che Heidegger chiama del "sì" e quello che si eleva al livello di ciò che chiama "l'autentico." (pag.10) |
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Cap. 2 |
"verso quell'epoca (1968), ho cominciato a ritenere molto significativa la presenza nel mondo antico di esercizi spirituali, vale a dire di pratiche che potevano essere di ordine fisico, come la dieta alimentare, o discorsivo, come il dialogo e la meditazione, o intuitivo, come la contemplazione, tutte però destinate a operare un cambiamento e una trasformazione nel soggetto che le operava. Il discorso stesso del maestro di filosofia poteva del resto assumere la forma di esercizio spirituale, nella misura in cui il discepolo, ascoltandolo o partecipando a un dialogo, poteva progredire spiritualmente e trasformarsi interiormente. (pag.50)
Ho proposto, a quanti non vogliono vivere secondo un modello religioso, la possibilità di scrgliere un modo di vita puramente filosofico. (paf.51) "Dato che esistono esercizi spirituali cristiani, si crede che gli esercizi spirituali siano di ordine religioso. Invece gli esercizi spirituali cristiani sono apparsi nel cristianesimo a partire dal II° secolo proprio come conseguenza della volontà del cristianesimo di presentarsi come una filosofia sul modello della filosofia greca, cioè come un modo di vivere, che comportava esercizi spirituali tratti dalla filosofia greca. Le religioni greche e romane, che non implicavano una adesione interioredell'individuo, ma erano soprattutto fenomeni sociali, ignoravano completamente la nozione di esercizi spirituali. Tuttavia molte religioni, come il taoismo o il buddismo, impongono ai loro adepti un modo di vita filosofico che comporta gli esercizi spirituali." (pag.51-52) "Generalmente la filosofia tende a razionalizzare i miti religiosi svuotandoli del loro contenuto mitico e attribuendo loro un contenuto filosofico." (pag.53) In tutti i filosofi, in Spinoza come in Kant per esempio, emerge sempre una tendenza di purificare l'idea di Dio e a distaccarla dalle rappresentazioni propriamente religiose. Quella che si suole richiamare religione naturale altro non è, secondo me, che una filosofia teistica, a cui manca l'essenziale della religione, i riti. |
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Cap. 3 |
"Nell'antichità la filosofia è dunque essenzialmente dialogo, piuttosto relazione viva tra persone che astratto rapporto tra idee. Essa intende formare piuttosto che informare." (pag.76)
"Credo che i trattati sistematici, scritti con l'intenzione di proporre un sistema in quanto tale, debbano essere fatti risalire al XVII e XVIII secolo (Cartesio, Leibniz, Wolff). I generi letterari antichi scompaiono allora progressivamente. "[...] pur senza ritornare alla forma dialogica dell'insegnamento, sembra emergere, dall'inizio del XIX° secolo a oggi, una riscoperta della fecondità filosofica ed etica del dialogo, cioè dell'Io e del Tu, che si configura inizialmente in Schleiermacher e in Feuerbach per poi svilupparsi in Bubner e Habermas." (pag.79)
I dogmi stoici e i tre precetti fondamentali di Epitteto:
Credo anzitutto che la civiltà antica dell'oralità sia scomparsa definitivamente a partire dalla invenzione della stampa che, a sua volta, sarà ben presto superata da Internet, e ho detto poco fa che dubitavo della possibilità di far rivivere il carattere dialogico dell'insegnamento della filosofia. Ma lei ha ragione di far osservare che, dal Rinascimento ai giorni nostri, ci sono stati autori che hanno tentato di rinnovare, con i loro scritti, i generi letterari antichi. Si possono citare, per esempio, i Saggi di Montaigne, che ricordano moltissimo i trattati di Plutarco, le Meditazioni di Cartesio, che sono esercizi spirituali che tengono conto del tempo necessario al lettore per arrivare a cambiare la sua mentalità e a trasformare il suo modo di vedere, gli Esercizi di Shaftesbury, che si ispirano a Marco Aurelio e a Epitteto, gli Aforismi di Schopenhauer, di Nietzsche o il Tractatus di Wittgenstein. |
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Cap. 4 |
A.I.Davidson chiede: "... è impossibile dare una interpretazione obiettiva di un testo [...], l'interpretazione dipende sempre dal punto di vista dell'interprete... (pag.85) È una domanda che mi sono spesso dop aver letto le teoria dei Hans-Georg Gadamer che mostrano che il soggetto interpreta i testi in funzione della sua soggettività, come dice nella sua interessantissima Introductin à la philosophie de l'histoire Raymon Aron che parla della difficoltà di essere obiettivi. Devo riconoscere che queste teorie hanno un merito: esse hanno giustamente messo in evidenza le illusioni che si potevano nutrire sull'obiettività dello storico, senza tener conto dell'influenza, sulle sue interpretazione, delle sue passioni, dei suoi rancori, della sua situazione sociale e delle sue opzioni filosofiche. Tutto ciò è molto vero, ma è solo un aspetto del problema. Credo infatti che questo relativismo presenti un pericolo, poiché ha portato in breve tempo a una poszizione che, in un certo senso, Foucault stesso aveva accettato a un certo punto: da una parte, l'esegeta è incapace di sapere veramente che cosa voleva dire l'autore e, dall'altra -ed è la cosa principale- l'autore, in quanto tale, non esiste più. A Partire da qui si possono formulare interpretazioni in cui si dice qualunque cosa a proposito di chiunque. Non sono il solo a considerare ciò molto pericoloso, numerosi esempi lo provano. In particolare ero stato colpito dalle osservazioni di Gombrich in uno dei suoi libri sull'arte dove riflette sul senso della statua di Eros collocata a Piccadilly Circus sopra una fontana eretta tra il 1886 e 1897 per onorare la memoria del settimo conte di Shaftesbury, grande filantropo. Egli elenca le interpretazioni successive che si sono potute dare a questo monumento. ![]() Prendendo spunto da questo esempio, Gombrich enuncia fortemente il principio secondo cui per interpretare un'opera d'arte o un testo occorre, anzitutto, rintracciare l'intenzione dell'autore. A questo proposito cita un testo molto importante di D.Hirsch sul tema delle interpretazione delle opere letterarie, in cui Hirsh fra la distinzione fra senso e significato e mostra che c'è un senso voluto dall'autore, una intenzione che bisogna sforzarsi di cogliere. Più avanti però riconosce che è possibile scoprire significati diversi che diversi tipi di pubblico possono attribuire all'opersa. Ciò può spiegare le interpretazioni successive della statua di Eros a Piccadilly Circus. Per altro verso, una certa espressione o un certo simbolo possono avere di per sè implicazioni diverse. Per esempio, la scelta della figura di Eros può portare con sè, a causa delle rappresentazioni collettive che riguardano la figura di Eros, alcune implicazioni che sfuggono alla volontà dell'autore. Come diceva André Gide in Paludi: "Sappiamo ciò che dovevamo dire, ma non sappiamo se dicevamo solo questo. Si dice sempre più di questo". Il libro di Hirsch apporta un ulteriore elemento importante, cioè insiste fortemente sul fatto che il senso di un testo, voluto dall'autore, dipende strettamente dal genere letterario nel quale quel testo si colloca. Appare chiaro che questo libro, in realtà molto prudente, va controcorrente rispetto alla moda attuale, il che forse spiega il fatto che non sia stato finora tradotto in francese, nonostante tutti i miei tentativi. Si direbbe che non solo a Roma esiste una Congregazione dell'Indice. (pagg. 85-87) Negli aforismi del libro di Marco Aurelio si può individuare uno schema ternario: la distinzione di tre discipline o ascesi, la disciplina dei desideri, la disciplina dell'azione e la disciplina del giudizio, che consistono rispettivamente nel confermare i propri desideri, le proprie azioni e i propri giudizi di Ragione. La presenza di questo schema, facilmente individuabile in tutte le pagine del libro, risponde ad una intenzione dell'autore: le ripetizioni, ad esempio, non sono destinate a informare i lettori sulla dottrina stoica. No, l'intenzione dell'autore è chiara. Si tratta, per Marco Aurelio, diriattualizzare, ravvivare per se stesso i dogmi che devono guidare l'esistenza. (Pag.87) Il problema della obiettività scientifica è estremamente interessante anche dal punto di vista degli esercizi spirituali. Da Aristotele in poi, si è ammesso che la scienza deve essere disinteresata. Chi studia un testo o i microbi o le stelle deve liberarsi dalla sua soggettività. Gadamer e Raymond Aron diranno: è impossibile, ma io penso che si tratti comunque di una idea che bisogna cercare di raggiungere con una certa pratica. Così gli studiosi che hanno il raro coraggio di riconoscere che si sono sbagliati in un caso particolare, o che cercano di non farsi influenzare dai propri pregiudizi personali, compiono un esercizio spirituale di distacco da se stessi. Diciamo che l'obiettività è una virtù, per altro molto ardua da praticare. Bisogna sbarazzarsi della parzialità dell'io individuale e passionale per elevarsi all'universalità dell'io razionale. Ho sempre pensato che l'esercizio della politica democratica, come dovrebbe essere praticato, dovrebbe corrispondere anch'esso a questo atteggiamento. Il distacco da sé è un atteggiamento morale che si dovrebbe esigere dal politico come dallo studioso. (pag. 92) |
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Cap. X |
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Cap. XXX |
Solitamente la nostra vita è sempre incompiuta nel senso più forte del termine, perché noi proiettiamo tutte le nostre speranze, le nostre aspirazioni, tutta la nostra attenzione nel futuro, dicendo che saremo felici quando avremo raggiunto questo o quell'obiettivo. Finché l'obiettivo non è raggiunto, siamo timorosi, ma se lo raggiungiamo, non ci interessa già più e continuiamo a correre dietro a qualcos'altro. Noi viviamo, speriamo di vivere, aspettiamo di vivere. Stoici ed Epicurei ci invitano a compiere una conversione completa della nostra relazione con il tempo. Vivere solo nel momento in cui viviamo, cioè il presente, non vivere nel futuro, come se avessimo solo questa giornata, questo momento da vivere, e allora viverlo il meglio possibile, come se -lo abbiamo appena detto- fosse l'ultimo giorno, l'ultimo momento della nostra vitanel nostro rapporto a noi stessi e a quanti ci circondano. Non si tratta di una pseudotragedia, che sarebbe ridicola, ma di un mezzo per scoprire tutto ciò che possiamo possedere nell'istante. Anzitutto in esso possiamo realizzare l'azione ben fatta, fatta per se stessa, con attenzione e coscienza; possiamo dire: mi applico a concentrarmi nella azione che compio in questo momento, la faccio il meglio possibile. Possiamo dirci anche: sono qui, vivo e questo basta, cioè possiamo prendere coscienza del valore dell'esistenza, godere del piacere di esistere - si può ancora una volta ripetere a questo proposito l'inesauribile passo di Montaigne, che dice che uno che ha l'impressione di non aver concluso niente tutta la giornata: "Come, non hai forse vissuto? non solo è la fondamentale, ma anche la più nobile delle occupazioni!" Possiamo aggiungere: esisto, sono qui in un mondo immenso e meraviglioso. È l'istante presente, diceva Marco Aurelio a metterci in contatto con il cosmo nella sua totalità. A ogni istante possiamo pensare all'indicibile evento cosmico di cui faccio parte. Ma questo ci condurrebbe ad un altro tema che dovremmo affrontare, quello della meraviglia di fronte al mondo. Per il momento mi accontenterò di dire brevemente che vivere nel presente significa vivere come se vedessimo il mondo per la prima e l'ultima volta. Ogni momento presente può dunque essere un momento di felicità, sia esso piacere di esistere o gioia di fare bene. È ovvio che non possiamo vivere continuamente in questa disposizione, poiché bisogna compiere uno sforzo impegnativo per liberarci dal fascino del futuro e dal trntran quotidiano." (Pagg.221-3) |
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