Cinquantallora
L'ARTE DI SCRIVERE
A proposito del libro The Paris Review, il libro. Fandango libri, pagg. 1111, 2010
La conoscenza attraverso la letteratura e l'arte di scrivere.

L'arte di scrivere, DANIELE DEL GIUDICE, La Domenica di Repubblica, 14/03/2010.

Se c'è un'arte dello scrivere io non la conosco però ne conosco il mestiere, parola laica che mi aiuta a intendere il mio lavoro per ciò che è, un fare artigianale e quotidiano: metterti al tavolo ogni mattina senza troppi grilli sull'ispirazione, ascoltando invece l'insoddisfazione che ti abita ripetutamente quando ti accorgi che non funziona nulla di quanto hai scritto il giorno prima, quando nontiritrovi nel modo e nel tono.
Per me scrivere è in gran parte tecnica dello scrivere: uso realistico o non realistico dei tempi verbali, uso dell'io narrante muto o esplicito, uso attento deilinguaggi di settore, uso del punto di vistamoltiplicato e simultaneo, insomma aderire o non aderire a una o più delle convenzioni che si è deciso di accettare ma sempre secondo un'intenzione limpida e inseguendo chiarezza e coerenza e per quanto possibile armonia. Tecnica che non è soltanto un modo di narrare "bene" le proprie storie ma è rispettare, storia dopo storia, l'accordo già stabilito con il lettore. Lavorare al meglio a beneficio del lettore, incluso me stesso che sono il primo lettore delle mie storie, è quanto credo di doverfare e francamente lo trovo un lavoro lungo faticoso e avolte noioso perché è minuto e angariato dal dettaglio.
Un esempio lieve che è sotto gli occhi di tutti è quello delle borse di tante donne che frugano e frugano aprendo e richiudendo cerniere, rovistando in tasche e scomparti, estraendo scartando e riponendo e alla fine se ne escono con una monetina. Sono sicuro che ognuna diloro halatentazione dirovesciare clamorosamente l'intero contenuto del suo bagaglio variegato e multiforme; anche a loro deve balenare l'idea di mettere in vista ogni cosa e come viene viene, sapendo diindur're comunque in chi guarda non solo stupore ma anche una qualche forma rapida di commozione. Così, però, non fanno. Non si fa.
Il lessico italiano, la cui ricchezza è dovuta alle contaminazioni linguistiche degli invasori, alla stratificazione dei passaggi successivi, sovrapposti alla radice indoeuropea, è un lessico straordinario; e la nostra sintassi è uni-ca per capacità di snodo e di complessità, di accelerazione e di rallentamento, ha una modulabilità che nessun'altra sintassi europea possiede. L'etica di chi fa questo mestiere è importante ed è questione da trattare con delicatezza: sta nel portare il più possibile a compimento la grande vocazione della specie animale cui apparteniamo che non è il semplice possesso di un linguaggio — è ovvio ed evidente che anche gli altri animali parlano — ma impiegare il linguaggio consapevolmente, operare sulle parole e industriarsi sulla sintassi che le ordina e così innescare e accendere il tono che si impiega riflettendo sulla natura di quel che si fa e sulla portata delle forme e dei contenuti che si raccontano e sono resi pubblici.
Lo scrittore sta con gli altri attraverso la narrazione — o la poesia— e così può realizzare fino in fondo la sua natura di animale portato alla comunicazione linguistica; ma deve farlo con intento sano, senza trascuratezze né inganni, e meno che mai pretese, sapendo che il suo lavoro, se è benfatto, contempla anche il nascondimento e il silenzio nella cura e nel controllo dell'esito. È «filtrare, lavare, essiccare, pesare», come scrive Primo Levi quasi alla fine di Il sistema periodico, quando spiega le intenzioni con le quali l'aveva iniziato. Fornire mera esposizione di sé ó di altri, magari confidando in una credibilità previa, è eludere il debito conillettore e tradire la buona etica del fare. Proprio l'operaio specializzato Faussone in La chiave a stella di Levi è una grande figura del "lavoro ben fatto", chiara metafora dell'etica dello scrittore che non si vuole artista ma artigiano, qualcuno che impiega una tecnica, applica regole e continua a normalizzare il percorso intrapreso.
Detto questo, devo ammettere che parlare del proprio lavoro rimane un'operazione difficile e sempre incompleta perché, arte o mestiere che sia, se ne puòparlare soltanto in terminidiintenzioni, "questo è l'obbiettivo che mi prefiggo", "questa la strada che intendo percorrere", ma non si sa mai dove si andrà a parare, in letteratura le intenzioni non valgono granché. D'altronde è necessario che uno scrittore abbia un'idea di ciò che sta facendo o si accinge a fare, che tracci una mappa del percorso per non perdersi tra quelle che Joseph Conrad chiama "le nebbie". Altra cosa, evidentemente, è stare dentro illavoro dellanarrazione, ritrovarsi nella compresenza di molte possibilità, nella fluidità delle emozioni e delle immagini che arrivano o delle ossessioni da tenere a bada, non disposte secondo un ordine necessario. E altra cosa, infine, è ammettere, da sé e insieme ai propri lettori, che il progetto non è stato portato a compimento.


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